|
A chi si chiedesse chi sia Tim Lee, non credo possa dire molto il fatto che negli anni ’80 abbia guidato i Windbreakers e che, una volta esaurito il corso della band, abbia puntato su una carriera solista giunta ora al sesto capitolo. Francamente sono questi nomi e cifre che non dicono molto neanche al sottoscritto, a prova della mia ignoranza e soprattutto del ruolo da minore interpretato da questo rocker. A giudicare da quanto si sente in “No discretion”, Tim Lee è un musicista onesto, coscienzioso, che possiede ormai un bagaglio d’esperienza e che si è fatto anche un buon nome a forza di impegnarsi tra la sua musica, progetti paralleli, compilations, tributi e apparizioni di vario genere: è un gregario che ha dato tutto, senza molti calcoli e senza troppe ambizioni, per portare a casa un premio ai propri sforzi. Tim arriva ora a pubblicare un disco in cui si alternano alla produzione ben cinque nomi, oltre al proprio: Don Coffey Jr. (Superdrag, Mic Harrison), Bruce Watson (R.L. Burnside, Junior Kimbrough), Mitch Easter (R.E.M., Pavement), Neilson Hubbard e Jim Rivers. Questo, che da una parte potrebbe essere un attestato di stima e di qualità al suo lavoro, rischia anche di frammentare il suono e il disco con un effetto patchwork, che è quanto di più fastidioso si possa oggi sentire in fatto di rock: invece, proprio grazie alla sua esperienza, al suo puntiglioso approccio e al fatto non trascurabile che i produttori sopra citati si sono prestati volentieri anche a suonare, l’autore è riuscito nell’impresa di compattare i pezzi. Il suono è quello di un rock classico, robusto, fatto di chitarre di volta in volta più o meno garage, mainstream, blue-collar, punk, che lasciano emergere una certa coerenza nella struttura e negli arrangiamenti. Volendo proprio dare un’immagine esplicativa, questa si può trovare nel nome dell’etichetta Paisley Pop Records, che rimanda a quel Paisley Underground di cui furono alfieri Dream Syndicate e Green On Red: proprio questo sembra essere il riferimento principale di pezzi come l’iniziale “I wanna believe” o di “Across the tracks” e “Speak up girl”, per il riverbero che viene lasciato alle chitarre, per il gusto lievemente acido della voce e per la tensione che percorre la ritmica. L’attitudine di Tim Lee è comunque più contenuta, più educata, anche quando le chitarre non possono fare a meno di richiamare il suono di Neil Young e dei Crazy Horse. Quello di “No discretion” è un rock ben calibrato, con una sua vitalità che permette di sfuggire ai manierismi sempre in agguato: l’interpretazione vocale di Lee non ha nulla di trascendentale e qualcosa scema, soprattutto nelle ballate e nei pezzi più lunghi, ma il disco rimane superiore alla media. Tim Lee ci mette anche un fuzz in “With a whisper” e un drum programming in “To the end of time” non con la volontà di stupire, ma di suonare come un onesto artigiano che si preoccupa di fare bene il suo mestiere. E ci riesce. |